Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso

Il restauro della targa con iscrizione onoraria dalla tomba 339 della necropoli di Posmon – via Cima Mandria di Montebelluna (TV)

La tomba si data agli inizi del II sec. d.C. ed è riferibile a un individuo adulto di sesso femminile di cui sono stati recuperati in fase di scavo i pochi resti osteologici presenti all’interno della fossa.

Data:
13 Agosto 2020

Il restauro della targa con iscrizione onoraria dalla tomba 339 della necropoli di Posmon – via Cima Mandria di Montebelluna (TV)


Dati generali
Piccola targa in bronzo quadrangolare con iscrizione in latino in onore di L. Horatius Longus, tribuno della seconda coorte dei vigiles e quattuorviro giusdicente.
Dimensioni: alt. 7,4, largh. 9,7, spess. 0,15.
Provenienza: Montebelluna (TV); necropoli di via Cima Mandria in località Posmon – TB. 339. Datazione del contesto: inizi del II sec. d.C.
Collocazione: Museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna (TV).

Rinvenimento, stato di conservazione e restauro
La targa in bronzo è stata restaurata alcuni mesi dopo il rinvenimento, ma ha trovato definitiva collocazione presso la sezione romana del Museo di Storia Naturale e Archeologxia di Montebelluna solo dopo le indispensabili fasi di studio, documentazione e pubblicazione di tutto il contesto*. Esposta per la prima volta assieme al resto del corredo nel 2017, in occasione della Mostra “Restituire il passato. Nuovi restauri al Museo Civico di Montebelluna” a cura di Emanuela Gilli e Matteo Frassine**, la targa fa ora parte dell’allestimento permanente del Museo (figg. 1-2).



Il manufatto proviene dalla tomba 339 della necropoli di Posmon-via Cima Mandria, indagata tra il 2000 e il 2002 nel corso di uno scavo di emergenza effettuato in occasione di lavori edili privati. Le numerose tombe messe in luce sono ascrivibili all’età della romanizzazione e alla piena epoca romana. La sepoltura in oggetto, a cremazione diretta, si data agli inizi del II sec. d.C. ed è riferibile a un individuo adulto di sesso femminile di cui sono stati recuperati in fase di scavo i pochi resti osteologici presenti all’interno della fossa.
Il corredo funerario, oltre alla piccola targa con iscrizione onoraria, si compone di un piatto in terra sigillata e di due oggetti connessi al mondo muliebre: una tavoletta litica per la preparazione dei cosmetici (coticula) e un grande frammento di specchio; all’interno del nel riempimento è stata rinvenuta una coppa in ceramica a pareti sottili (figg. 3-10).



Dalla stessa sepoltura provengono inoltre un dupondio di Nerva, alcuni chiodini da calzatura, una chiave, due chiodi di medie dimensioni e un elemento non meglio determinabile in ferro, forse pertinenti a una cassetta lignea non conservatasi (figg. 11-15). La presenza di un balsamario in vetro deformato dal calore è invece da ricondurre alle pratiche connesse al rituale di cremazione (fig. 16).



Il reperto più significativo di tutto il corredo è rappresentato dalla targa in bronzo iscritta che venne fatta realizzare da C. Publicius Anteros e L. Publicius Perennis per L. Horatius Longus, definito patronus. Il dedicatario era stato a Roma tribuno della seconda coorte dei vigili, mentre a livello municipale aveva ricoperto la carica di quattuorvir iure dicundo (fig. 17). L’iscrizione onoraria non solo documenta per la prima volta un magistrato municipale proveniente da Montebelluna, ma si annovera anche tra le rare attestazioni nel territorio della Venetia et Histria di individui che avevano ricoperto la carica pubblica di tribunus vigilum, un incarico di responsabilità che comportava il trasferimento per almeno tre anni a Roma e garantiva al tribuno un prestigio particolare nella città di origine***. Si può solo ipotizzare che la defunta avesse un legame di prossimità sociale o di parentela stretta con il personaggio a cui era stata dedicata la piccola targa in bronzo, che potrebbe quindi rappresentare un oggetto importante collegato alla tradizione familiare, tanto da entrare a far parte del corredo funerario della donna.
Il reperto, unitamente al resto del corredo, è pervenuto in laboratorio nell’imballo originale realizzato dagli archeologi sullo scavo mediante serrati avvolgimenti di pellicola trasparente e nastro adesivo da pacchi. Per non creare pericolose tensioni, l’involucro protettivo è stato quindi tagliato lungo il perimetro fino a liberare la targa che risultava adagiata su un supporto rigido rivestito di abbondante ovatta (fig. 18). Della piccola lastrina in bronzo, lacunosa nella metà inferiore in corrispondenza dell’angolo destro, si conservano in tutto 19 frammenti, alcuni dei quali di dimensioni inferiori al centimetro. Parte delle fratture, incrostate di prodotti di corrosione e sedimento argilloso di colore rossiccio, si sono prodotte a seguito di traumi post-deposizionali, mentre il distacco dei frammenti più piccoli è riconducibile alle fasi di prelievo sullo scavo (fig. 19).



Sempre durante il recupero potrebbero essere andati dispersi alcuni frammenti di piccole dimensioni, come lascerebbero supporre le superfici di frattura ancora “fresche” visibili anche dopo la ricomposizione della lastrina. Il grado di mineralizzazione del metallo, ben apprezzabile in sezione, varia da zona a zona ed è più elevato in corrispondenza della parte maggiormente lacunosa, con superfici di frattura dall’aspetto poroso e una colorazione azzurro chiara tipica dei sali di rame clorurati. La zona centrale e superiore sembra caratterizzata da uno stato di conservazione migliore: in sezione è visibile un livello di cuprite centrale tra due strati di prodotti di corrosione più chiari (sali di rame e piombo). La superficie è interessata da una patina disomogenea per aspetto, composizione e spessore variando dal colore verde al bianco crema grigiastro, indiziario dell’alto contenuto di piombo in lega con il rame. In corrispondenza della parte superiore della targa sono inoltre presenti tenaci concrezioni rilevate sulla superficie e di morfologia da puntiforme a irregolare più o meno estesa con margini frastagliati. Tali depositi sono del tutto assimilabili alle incrostazioni di pirolusite che si riscontrano talvolta sui manufatti ceramici da scavo. In alcuni punti e prima della pulitura le incrostazioni obliteravano completamente i solchi dei caratteri incisi e i segni di interpunzione, rendendo più difficoltosa la lettura dell’iscrizione. Sul retro erano presenti tracce consistenti di legno combusto riscontrate all’esame autoptico anche sul lato iscritto, ma in minore quantità e frammiste a residui di sedimento rossiccio. I residui di legno combusto meglio conservati sono stati rimossi e conservati a parte per l’eventuale analisi xilotassonomica.
La pulitura ha comportato la rimozione dalle superfici di tutti i residui di sedimento, dei frustoli carboniosi e dell’ovatta con l’ausilio di bisturi, pennellini a setole semirigide e pinzette. I depositi sono stati preliminarmente inumiditi con 3A (acqua demineralizzata/alcool etilico/acetone in proporzione 1:1:1), mentre le concrezioni di carbonato basico di rame, come le ossidazioni di ferro-manganese, sono state alleggerite meccanicamente a bisturi solo quando necessario, al fine di migliorare la lettura dei caratteri dell’iscrizione (fig. 20). Là dove erano più tenaci si è ricorsi a opportune soluzioni complessanti in soluzione acquosa, anche insistendo a tampone nei punti più difficili con costante controllo al microscopio binoculare. Alla pulitura chimica è seguito un accurato sciacquo a tampone con acqua demineralizzata.
In fase di pulitura, l’avanzato grado di mineralizzazione della lega ha richiesto il consolidamento delle fessurazioni passanti, delle parti in fase di distacco e dei frammenti con infiltrazioni di Primal® AC 33 molto diluito, applicato a pennello. Alla ricerca attacchi è seguito l’incollaggio dei frammenti effettuato con Paraloid® B 72 al 30% in acetone, previo ulteriore consolidamento delle superfici di frattura. La protezione è stata effettuata con la medesima resina acrilica molto diluita e applicata a pennello.
In considerazione dell’estrema fragilità del reperto, sia della sua particolarità, si è preferito optare per una soluzione che garantisse la massima reversibilità e che consentisse la manipolazione in sicurezza durante le fasi di studio e documentazione. La targa è stata quindi fissata con filo di nylon sottile su una lastrina in Plexiglas® che consente di esaminarne il retro (fig. 21). Tutti i materiali del corredo sono stati restaurati e, per quanto possibile, ricomposti anche se per esigenze di allestimento i reperti ceramici più frammentati e frammentari non sono stati esposti.


Note sulla tecnica esecutiva
Realizzata in fusione entro stampo, la targa non è stata sottoposta ad indagini archeometriche per la caratterizzazione della lega, ma l’aspetto e la colorazione localmente molto chiara della patina di ossidazione suggeriscono l’utilizzo di una lega dall’elevato contenuto di piombo. Sia il retro della targa sia i bordi presentano segni obliqui isorientati, caratteristici di una levigatura “a pietra”. Lungo i lati brevi della targa erano forse presenti due appendici forate o asole per il fissaggio a un supporto rigido – realizzato in materiale deperibile e per questo motivo non conservatosi – di cui rimarrebbero le tracce nelle piccole sporgenze simmetriche riscontrate lungo i margini su ambo i lati. L’assenza di segni di rifinitura porterebbe infatti ad escludere l’ipotesi che possa trattarsi delle “bave” e/o dei codoli di fusione non completamente asportati dopo la fusione.
Il testo in lingua latina dell’iscrizione risulta disposto su sei righe, centrato; si osservano alcune leggere incisioni orizzontali interpretabili come linee guida tracciate con una punta sottile, mentre i caratteri sono stati ottenuti incidendo il metallo in profondità con uno scalpello avente la punta a sezione triangolare. Sulle pareti dei solchi sono visibili i caratteristici segni “a scaletta” lasciati dallo strumento spinto con forza sulla superficie della lastrina (fig. 22).



Testo, disegni e immagini di Sara Emanuele

*L’indagine archeologica è stata condotta dalla Ditta D. Malvestito & C. snc con la direzione scientifica delle funzionarie archeologhe Elodia Bianchin e Daniela Locatelli. Il restauro dei materiali presso il Laboratorio di restauro dell’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto è stato effettuato da chi scrive tra il 2003 e il 2004.
**Rispettivamente conservatore del Museo e funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Venezia e le province di BL, PD e TV all’epoca competente per territorio.
***Il corpo dei vigiles venne istituito a Roma nel 6 d.C. dall’imperatore Augusto per assicurare la vigilanza notturna delle strade e contrastare i numerosi incendi.

Riferimenti bibliografici:

Archeogeo 2012, Carta geomorfologica e archeologica del Comune di Montebelluna. Il Progetto Archeogeo, Montebelluna, pp. 163-232.

Larese A., Luciani F., Onisto N. 2015, Memorie familiari sepolte. Considerazioni archeologiche, epigrafiche e antropologiche sulla tomba 339 della necropoli di Posmon (Montebelluna), in “Rivista di Archeologia”, 39 (2015), pp. 43-55.

Luciani F. 2015, Un nuovo tribunus vigilum e quattuorvir iure dicundo dalla Regio X, in “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik”, 196 (2015), pp. 257-260.

Luciani F. 2016, Berua, Raeticum oppidum dei Beruenses, in “Geographia Antiqua”, 25 (2016), pp. 99-127.

Ultimo aggiornamento

24 Giugno 2021, 17:48