Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso

Il restauro del bronzetto alato di Vodo di Cadore

Il restauro è stato realizzato presso il Laboratorio della Soprintendenza, nella sede di Padova, a Palazzo Folco. Attualmente il bronzetto si trova nel Museo Archeologico Cadorino, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore (BL).

Data:
13 Luglio 2020

Il restauro del bronzetto alato di Vodo di Cadore

Dati generali dell’opera

Dimensioni: altezza cm 22,5; larghezza cm 9,5;
Provenienza: Comune di Vodo di Cadore (BL), alla   base del colle denominato Còl Bonel;
Collocazione: Museo Archeologico Cadorino, Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore (BL)

Rinvenimento, stato di conservazione e restauro

L’intervento è stato eseguito in occasione della mostra “Il mistero del bronzetto alato di Vodo di Cadore” allestita nel 2017 presso il MARC di Pieve di Cadore a cura di Carla Pirazzini, già funzionaria archeologa competente per territorio, e di Matteo Da Deppo, conservatore del Museo e convinto promotore della campagna di indagini conoscitive preliminari al restauro* (figg. 1-2).

L’esposizione si poneva un duplice obiettivo: far conoscere un reperto archeologico “enigmatico”, già noto agli appassionati locali ma ancora poco conosciuto al pubblico, e dare un nuovo impulso agli studi sul manufatto, escludendo definitivamente l’ipotesi che potesse trattarsi di un falso ottocentesco.
Ad oggi, tuttavia, collocare il bronzetto in un preciso ambito cronologico e culturale risulta difficile per le caratteristiche peculiari del soggetto femminile rappresentato, che reca attributi riferibili a diverse divinità del pantheon romano – Vittoria alata, Diana e Mercurio – liberamente associati tra loro con l’aggiunta di un copricapo dalla foggia insolita, che non trova al momento confronti. Datato preliminarmente e con molti dubbi al I sec. d.C. – ma di fatto privo di confronti nel panorama produttivo di età romana imperiale – alla luce delle recenti indagini e di una rilettura iconografica, il manufatto sarebbe invece da riferire alla produzione bronzistica di epoca rinascimentale o post-rinascimentale, come lascerebbe supporre anche la tecnica esecutiva adottata per la sua realizzazione (figg. 3-4).


Testimonianze orali e documenti di archivio collocano la scoperta del bronzetto nel comune di Vodo di Cadore lungo il tracciato dell’antica Strada Regia che collegava il Tirolo alla pianura veneta. Il rinvenimento sarebbe avvenuto attorno alla metà degli anni ‘40, durante la costruzione di una segheria oggi dismessa, alla base del colle denominato Còl Bonel. La presenza del reperto venne notata dal maestro elementare Matteo Talamini de la Tela che lo prese in custodia fino al 1954, anno della consegna ufficiale al Museo della Magnifica Comunità di Cadore come donazione da parte delle Scuole di Vodo.
Si presume che il primo intervento di restauro “moderno” risalga a un momento di poco posteriore al ritrovamento, quando sulla superficie bronzea ripulita dai depositi terrosi fu applicato uno strato protettivo a base di cera d’api. L’inserimento di sottili perni in ottone, che comportarono la realizzazione di due fori, rispettivamente in corrispondenza della pianta del piede sinistro e della frattura sulla gamba destra, si deve invece alla necessità di dotare il bronzetto di una solida base di appoggio che consentisse di mantenerne l’assetto verticale.
Caratterizzato da un discreto stato di conservazione, il manufatto è privo del piede e della mano destri, rispettivamente troncati all’altezza della caviglia e del polso, dell’attributo stretto nella mano sinistra e delle ali sul retro del busto, di cui si conservano solo i due monconi con evidenti e irregolari superfici di frattura (figg. 5-6). In alcuni punti e, in particolare, in corrispondenza del naso, di una piega delle vesti sul davanti e sulla mano sinistra il bronzo appare privo di patina e deformato per schiacciamento: si tratta dell’esito di una caduta frontale abbastanza recente, in ogni caso successiva alla scoperta. La frattura sulla caviglia sinistra si deve invece alle tensioni che si sono venute a creare dopo l’inserimento del perno in ottone, insufficiente a garantire nel tempo la stabilità del bronzetto sulla base espositiva (fig. 7). Sul ginocchio sinistro si riscontra una lacuna dai margini irregolari che lascia intravedere l’interno del getto, mentre la lesione sul drappo del copricapo è da ricondurre a un difetto di fusione (cricca), come indiziato anche dalla presenza di una evidente gocciolatura di metallo fuoriuscita dalla forma di fusione e poi non rifinita (fig. 8). Piccoli difetti di fusione, quali la presenza di porosità aperta e di piccole mancanze di metallo, sono discretamente diffuse su tutta la superficie del getto che presenta graffi e abrasioni coperti dalla patina e quindi precedenti il periodo di interramento (fig. 9). La superficie bronzea è interessata da una patina liscia, sottile, poco stratificata, di colore scuro tendente al verde per la presenza di sali di rame, quale esito dei fenomeni di ossidazione dovuti alla permanenza nel sottosuolo.




Per l’attuale restauro si è seguito il principio del minimo intervento, limitando le operazioni di pulitura alla rimozione dei depositi superficiali di polvere accumulatisi nel tempo e del vecchio protettivo, ormai opacizzato e inefficace. Dopo aver effettuato uno sgrassaggio preliminare della superficie con acetone e white spirit, sono stati applicati una serie di impacchi – con silice micronizzata e acqua distillata addizionata a un detergente non-ionico (Brij©35) – finalizzati all’estrazione dei sali solubili presenti tra i prodotti di ossidazione della patina. La pulitura è stata quindi rifinita a tampone e con matita in fibra di vetro da 2 mm (figg. 10-12). La stesura di un film acrilico trasparente (Paraloid© B 44 in acetone) e la sigillatura con resina epossidica pigmentata (UHU©Plus) della lesione sulla caviglia destra hanno concluso il restauro (fig. 13).
La scelta di non attenuare alcune disomogeneità cromatiche della patina e di conservare le tracce delle “vecchie” vernici di restauro, a testimonianza delle vicende conservative subite dal manufatto nel tempo, è coerente con il principio del minimo intervento. Nell’ottica di non creare ulteriori stress all’opera, anche i perni in ottone sono stati mantenuti con l’accortezza di garantire la stabilità dell’opera sulla nuova base evitando di scaricare il peso del bronzetto sulla caviglia lesionata. È stato quindi realizzato un vincolo meccanico semplice e completamente reversibile, sfruttando il foro quadrangolare già presente sul bronzetto attraverso l’inserimento di una sottile asta di alluminio rivestita di materiale isolante nelle parti a contatto con il bronzo. Un piccolo tassello in plexiglass sabbiato ha mascherato il perno in ottone ancora visibile; la base espositiva è stata realizzata in MDF (Medium density fibreboard) opportunamente rifinito e accordato cromaticamente alla grafica dell’allestimento.



Note sulla tecnica esecutiva

Il bronzetto è stato fuso a cera persa con il metodo indiretto che consentiva di salvaguardare il modello, realizzato in metallo, in terracotta o in altro materiale, attraverso la realizzazione di calchi in gesso composti da tasselli componibili e riutilizzabili più volte. Dai singoli tasselli venivano in una seconda fase ricavate le “cere” con l’impronta in positivo del rilievo: lastre che, opportunamente rimontate e rifinite con l’aggiunta dei canali di sfiato e di colata, costituivano il modello “positivo” da avviare alla fase di formatura (figg. 14-15). Per successive sovrapposizioni di materiale refrattario – argilla molto fine a contatto con il modello in cera e spessori via via più grossolani negli strati più esterni – si otteneva quindi la forma di fusione. Infine, con il processo di cottura si faceva defluire la cera e si consolidava la forma di fusione destinata ad accogliere la colata di bronzo (fig. 16). La presenza di un’anima interna in terra consentiva di risparmiare sul quantitativo di lega bronzea e rendeva il manufatto molto più leggero.
Durante il restauro del bronzetto è stato osservato come alcuni dettagli di forma complessa siano stati aggiunti al getto principale della figura con colate di bronzo “secondarie”: il lungo drappo che scende dalla tesa del copricapo coprendo in parte il braccio sinistro, le ali sulla schiena – oggi perdute, ma di cui rimane ben visibile il punto di inserzione sulla schiena – e la mano sinistra che stringe un attributo non conservatosi, forse una riparazione o un’aggiunta successiva caratterizzata da una patina visibilmente più scura. Il dato è stato confermato anche dall’analisi chimica del metallo, che contiene una percentuale di piombo molto elevata, nell’ordine del 14%, non coerente con la composizione media della lega riscontrata sia per la figura sia per le ali (Sn 10 %; Pb 2-3 %). Secondo una pratica diffusa presso le fonderie tardorinascimentali dell’Italia settentrionale, e in particolare del Veneto, per la realizzazione del bronzetto di Vodo potrebbero essere state quindi combinate tra loro parti di modelli diversi al fine di creare un soggetto “di fantasia”, liberamente ispirato ai modelli antichi e alle divinità del pantheon romano.
Le indagini radiografiche hanno consentito di indagare anche l’interno del getto, in gran parte cavo se si eccettuano la testa e la parte inferiore degli arti realizzati in fusione piena (fig. 17). Alla base del collo è visibile un leggero rilievo del bronzo, interpretabile come un sottile cordolo di giunzione tra le cere del modello (fig. 18). Il foro quadrangolare presente sul retro sotto la veste, utilizzato per rimuovere l’anima di fusione in terra refrattaria, potrebbe aver assolto anche alla funzione di punto di innesto per un elemento di ancoraggio necessario, ad esempio, per fissare la figura a un supporto o a un manufatto più articolato e complesso (fig. 19). Infine, nel corso della pulitura sono state individuate sia alcune tracce di vernice nerastra – forse di restauro – in corrispondenza delle caviglie, sia di una patina artificiale molto sottile di colore scuro. Come noto, una volta ultimate le operazioni di rifinitura del getto, la patina artificiale applicata in fonderia aveva lo scopo di uniformare le varie parti conferendo al bronzo un aspetto e un colore gradevoli.



Testo, immagini e disegni a cura di Sara Emanuele

* Le analisi chimiche e metallografiche sono state effettuate a cura di Ivana Angelini (UniPd) e INSTM, Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali, Firenze; le indagini radiografiche sono state condotte presso la ditta Coletto S.r.l. di Marghera (VE); le ricerche di archivio e lo studio iconografico si devono a Cecilia Rossi (SABAP-VE-LAG). Lintera campagna di analisi e di studio è stata finanziata dal MARC di Pieve di Cadore (BL). Il restauro del bronzetto èstato realizzato da chi scrive presso il Laboratorio della Soprintendenza (sede di Padova).


Riferimenti bibliografici:

Testi dei pannelli esplicativi a cura di Ivana Angelini (UniPd), Sara Emanuele (SABAP-Ve-Met) e Cecilia Rossi (SABAP-VE-LAG) realizzati per la Mostra Il mistero del bronzetto alato di Vodo di Cadore. Presentazione della prima fase di studi allestita presso il MARC di Pieve di Cadore (BL) e inaugurata il 16 dicembre 2017.

CAV I, Carta Archeologica del Veneto, vol. 1, a cura di L. Capuis, G. Leonardi, S. Pesavento Mattioli, G. Rosada, Modena, 1988, p. 61, n. 12.19.

Ultimo aggiornamento

24 Giugno 2021, 17:49